Festa della Donna: educare bambini e bambine alla parità
Siamo abituati a pensare alla Festa della Donna come a una ricorrenza che riguarda gli adulti. Una giornata di memoria, di diritti conquistati, di battaglie ancora aperte. Ma se ci fermiamo un attimo a osservare davvero i bambini, diventa evidente che questa storia comincia molto prima. Nelle parole che usiamo ogni giorno, in quelle frasi che ci scappano senza pensarci troppo, che sembrano innocue, quasi automatiche.
Quando diciamo a una bambina che è “troppo decisa”. O quando diciamo a un bambino di non piangere, di “non fare la femminuccia”.
Sono frasi piccole, ma non sono mai neutre. I bambini le raccolgono tutte, una per una, e con quelle parole iniziano a costruire la loro idea del mondo.
Capiscono che alcune emozioni sono più accettabili di altre, che alcuni sogni sembrano più plausibili di altri, che lo spazio che si può occupare nella vita non è sempre lo stesso per tutti.
Molto spesso questo processo passa anche attraverso le storie che raccontiamo e gli esempi che offriamo. Per questo libri che mostrano figure femminili libere, curiose e coraggiose possono diventare strumenti preziosi per allargare l’immaginario dei bambini.
Una bambina impara molto presto quanto può essere visibile, quanto può essere ambiziosa, quanto può alzare la voce senza essere considerata “troppo”. Un bambino impara altrettanto presto che per essere maschio deve essere forte, deve vincere, che alcune parti di sé, la paura, la fragilità, il bisogno di cura, è meglio nasconderle.
Eppure, nessun bambino nasce con queste idee. Non sono scritte nel loro carattere, né nella loro natura. Le imparano piano, attraverso quello che vedono, quello che ascoltano, quello che noi adulti diamo per scontato.
L’educazione alla parità non è un discorso teorico o lontano. Prende forma nella quotidianità, nel modo in cui parliamo ai bambini e nelle possibilità che lasciamo loro immaginare.
Quando incoraggiamo una bambina a fidarsi delle proprie idee, non stiamo solo sostenendo la sua sicurezza: stiamo allargando il suo spazio nel mondo. Quando permettiamo a un bambino di essere gentile, sensibile, capace di cura senza sentirsi sbagliato, stiamo facendo lo stesso.
Il gioco simbolico è uno degli spazi in cui i bambini possono esplorare queste dimensioni in modo spontaneo: prendersi cura, accudire, imitare gli adulti. Bambole e giochi di cura non sono “giochi da femmine”, ma strumenti che aiutano tutti i bambini a sviluppare empatia e relazione.
La parità, in fondo, non è rendere tutti uguali. È permettere a ciascuno di essere intero.
Forse è questo il senso più profondo dell’8 marzo quando lo guardiamo dal punto di vista dell’infanzia. Celebrare le donne sì, ma anche crescere bambini che domani non avranno bisogno di sentirsi più grandi o più forti degli altri per trovare il proprio posto nel mondo.
E in questo lavoro silenzioso, quotidiano, gli adulti hanno una responsabilità enorme: quella di non restringere il mondo dei bambini prima ancora che abbiano avuto il tempo di esplorarlo.
Anche i giochi possono contribuire ad aprire possibilità invece di limitarle. Giochi che lasciano spazio all’immaginazione, alla forza, alla cura, alla creatività permettono ai bambini di esplorare chi sono senza ruoli già scritti.
Perché ogni volta che lasciamo loro più libertà di essere, qualcosa cambia davvero. E spesso il cambiamento comincia proprio da lì.


