E se non avessimo sempre bisogno di qualcosa di nuovo?

E se non avessimo sempre bisogno di qualcosa di nuovo?

Nuova collezione. Nuova attività. Nuovo gioco. Nuovo metodo.

La parola “nuovo” sembra avere acquistato un valore tutto suo.

Non importa sempre che qualcosa sia utile, bello o necessario: a volte basta che sia appena arrivato.

Quella che scambiamo per innovazione, però, non è sempre un vero cambiamento.
Spesso è soltanto una rincorsa continua alla novità: qualcosa che dura il tempo di desiderarlo, acquistarlo e iniziare già a cercare altro.

E va detto che adulti e bambini ne sentono il richiamo in egual misura.

Lo fai anche tu?

In negozio è una domanda che sentiamo spesso:

“Cos’hai di nuovo?”
“Quali sono gli ultimissimi giochi che ti sono arrivati?”

Certo, è una curiosità comprensibile: il nuovo attira, promette una scoperta, accende subito l’attenzione.

Ma ha davvero senso cercare sempre l’ultimissimo gioco, quando ce ne sono altri cento che noi e i nostri bambini non conosciamo ancora, non abbiamo mai provato, forse non abbiamo nemmeno notato?

A volte il gioco è “nuovo” semplicemente perché entra per la prima volta nella nostra esperienza.

Eppure ci siamo abituati a cercare ciò che è appena arrivato, come se tutto il resto fosse già superato. Questo modo di guardare le cose passa inevitabilmente anche ai bambini, che vivono già dentro un mondo in fortissima accelerazione: continuamente sollecitati, continuamente attratti da ciò che viene dopo.

E così, ancora prima di scoprire davvero qualcosa, siamo già pronti a chiederci quale sarà la prossima novità.

E se, invece di domandarci sempre cosa manca, provassimo ogni tanto a guardare davvero ciò che c’è?

Non si tratta di rinunciare alla curiosità, né di pensare che il nuovo sia inutile.

Si tratta piuttosto di distinguere il Nuovo-che-apre-una-possibilità, dal Nuovo-che-serve-a-riempire. Riempire cosa? Una qualche forma di vuoto percepito, per di più inconsapevolmente.

Per un bambino, la ripetizione non è noia.

È tornare nello stesso gioco e scoprire qualcosa che la prima volta non aveva visto.
È chiedere la stessa storia perché conoscerla gli permette di sentirsi al sicuro e di elaborarne il messaggio sempre più in profondità.
È ripetere un gesto finché le mani non lo fanno proprio.
È apparecchiare insieme ogni sera, percorrere la stessa strada, salutarsi nello stesso modo.

La quotidianità non ha l’effetto speciale della novità e non si fa notare.

Eppure è proprio il luogo sacro dove spesso si costruiscono le cose più importanti e preziose.

Come ad esempio la fiducia. Il senso del tempo. La capacità di aspettare. La gratitudine. La possibilità di stare in ciò che accade, senza avere subito bisogno di sostituirlo con qualcos’altro.

Maxi Aliante da lanciare Terra KidsPotremmo forse riflettere sul fatto che educare alla gratitudine magari non significa insegnare ai bambini a dire grazie perché “si deve”, quanto invece aiutarli a vedere in modo diverso.

Vedere un gioco che continua ad avere possibilità, un oggetto che può essere riparato, una giornata ordinaria che contiene comunque qualcosa di bello, un gesto ripetuto che, proprio perché ritorna, diventa casa.

Anche noi adulti, però, dobbiamo allenare lo sguardo. Perché è difficile chiedere a un bambino di accontentarsi di ciò che ha, se ci vede continuamente proiettati verso ciò che verrà dopo.

Forse la domanda non è tanto “Come faccio a tenerlo sempre interessato/impegnato?”, quanto piuttosto “Come posso aiutarlo a restare abbastanza a lungo da accorgersi di ciò che ha davanti?”.

Burattini a guanto L'infanzia non è una corsa affannata

In un mondo che ci invita continuamente a passare oltre, fermarsi è quasi un atto rivoluzionario.

Restare abbastanza a lungo dentro un gioco, una storia, un gesto quotidiano, significa dare al tempo la possibilità di fare il suo lavoro.

Perché ci sono cose che non sbocciano al primo sguardo.

E l'infanzia è una di queste.

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